Anno 137 - Aprile 2025Scopri di più

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Aggrappàti alla sua misericordia

suor Mary Melone

La gioia della Pasqua quest’anno è resa ancora più intensa dal dono del Giubileo, che ci chiama a guardare con sempre maggiore gratitudine all’amore che Dio ha rivelato in pienezza in Cristo Gesù. In Lui, morto e risorto per noi, abbiamo il perdono dei peccati, in Lui diveniamo creature nuove per la presenza dello Spirito. Colpisce particolarmente nella raccolta dei Sermoni di Antonio di Padova l’insistenza con cui egli presenta la gioia della Pasqua, facendo ricorso di frequente alle immagini della fioritura e della primavera, che evocano immediatamente l’idea della vita nuova che ci viene donata in Cristo.

Antonio definisce il mistero pasquale un’opera di ri-creazione, che ritiene molto più faticosa e ancor più meravigliosa della creazione, perché ha richiesto a Cristo di affrontare la passione e la morte per cancellare il peccato, svelando così la forza del suo amore misericordioso. È a questa forza, a esempio, che rimanda il commento al tradimento di Pietro e al suo pianto amaro. L’amore di Cristo, scrive Antonio, è talmente fedele da essere eterno ed è la ragione per la quale Egli, nella sua misericordia, continua ad attirarci a sé come con una fune, come ha fatto con Pietro: «“Io ti ho amato di amore eterno; perciò ti ho attirato a me con misericordia; di nuovo ti edificherò”. Dice Pietro: Il Signore risorto da morte è apparso a me, a me penitente, a me amaramente piangente! E risponde il Signore: “Ti ho amato di amore eterno”. Infatti “il Signore, voltatosi, guardò Pietro”. Lo guardò perché lo amava; quindi, con la fune dell’amore “ti ho attirato a me con misericordia”» (Serm. per la Pasqua del Signore [1], 7).

Per rendere con efficacia l’idea della forza dell’amore misericordioso di Cristo, Antonio utilizza varie immagini che aiutano a cogliere aspetti profondi del mistero pasquale. Assimila a esempio la misericordia al latte materno, che scaturisce dal sacrificio della croce, con il quale Cristo può nutrire l’umanità assicurandole una vita nuova. Questo riferimento alla novità di vita si ritrova anche nell’immagine del sapone usato dai lavandai, al quale Antonio paragona la misericordia di Cristo: «“Egli sarà come il fuoco del fonditore e come l’erba dei lavandai”. L’erba dei lavandai è il borit, la saponaria: con essa si fanno come dei pani, chiamati erbatici: coloro che candeggiano le vesti li seccano e poi li usano come sapone. Gesù Cristo, per quanto riguarda il tempo presente, è come l’erba del lavandaio, perché con la sua misericordia purifica l’anima dai peccati» (Serm. per la Dom. XX dopo Pentecoste, 6).

Ma senza dubbio uno dei passaggi più intensi che Antonio dedica all’amore di Cristo è quello in cui riconosce nel mistero di morte e risurrezione il rivelarsi di un nuovo linguaggio di salvezza, quello appunto della misericordia e del perdono. Con questo linguaggio Cristo si rivolge non solo a noi, per svelarci la profondità del suo amore, ma anche al Padre al quale, mostrando quelle piaghe che sono i segni del dono totale di sé stesso, chiede di riammettere l’umanità alla comunione con Lui: «Infatti, le piaghe di Gesù Cristo, come con un totale cambiamento di linguaggio, parlano di noi al Padre non per ottenere vendetta, ma per impetrare misericordia. Dice l’Apostolo agli Ebrei: “Vi siete accostati al Mediatore della Nuova Alleanza, Gesù, e al sangue dell’aspersione, dalla voce più eloquente di quella del sangue di Abele”: il sangue di Abele gridava vendetta, il sangue di Cristo grida misericordia» (Serm. per la Dom. I di Avvento, 8).

Celebrare il Giubileo, alla scuola di Antonio di Padova, ci chiede anche di riconoscere il linguaggio della misericordia di Cristo e ci invita a rendergli grazie, rinnovando la nostra vita!